ALMODOVAR – LA STANZA ACCANTO – con JULIANNE MOORE e TILDA SWINTON – di Emyliù Spataro

Recensione da THE WOMEN’ SENTINEL
Chi meglio di Pedro Almodóvar sa cogliere l’essenza autentica delle donne? Le apprezza e le ammira profondamente, senza lasciarsi influenzare dall’amore passionale che riserva agli uomini. Credo sia questo il segreto di Almodóvar, che nella sua importante carriera ci ha regalato film straordinari dedicati alle donne. Come il suo ultimo lavoro, “La stanza accanto”, interpretato da due grandi attrici hollywoodiane, Julianne Moore e Tilda Swinton. E per la prima volta il film è girato in inglese anziché in spagnolo.
Mettiamo da parte l’Almodovar a cui siamo abituati, con le sue storie corali e fluide come in “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”, e le trame ambientate nella sua amata Spagna. Questo adattamento cinematografico del romanzo “Attraverso la vita” di Sigrid Nunez è invece ambientato a New York. Affronta un tema tabù: il “fine vita” e la libertà di scelta su come e quando porre fine alla propria esistenza. Continua così il suo percorso di riflessione e messa in scena della separazione e della morte, iniziato con “Gli abbracci spezzati” e proseguito con “Dolor y gloria” e “Madres paralelas”.
Le tematiche care al regista non sono centrali, ma sparse nel film, esplorando vita e morte. Attraverso flashback, si rappresenta la guerra e le sue terribili conseguenze, sottolineando come, per la prima volta, non si parli della guerra civile spagnola. Successivamente, viene narrata l’amicizia tra due donne forti e indipendenti, Ingrid e Martha, amiche di lunga data, che si sono sempre confidate senza filtri. Ingrid, interpretata da Julianne Moore, è una scrittrice di successo il cui ultimo libro affronta la sua difficoltà nell’accettare la morte. Martha, interpretata da Tilda Swinton, è stata corrispondente di guerra e ora ha un tumore che potrebbe essere curato con una terapia sperimentale; tuttavia si è preparata all’idea di morire, procurandosi una pillola acquistata sul dark web. Non volendo morire sola, e con il rapporto con la figlia compromesso, chiede aiuto alle sue amiche, ma solo Ingrid, che non vede da anni, accetta di restare nella stanza accanto fino a quando Martha deciderà di “abbandonare il party”.

“Dormirò con la porta aperta e, il giorno in cui la trovi chiusa, vuol dire che sarà successo” dice Martha a Ingrid. Il legame profondo tra le due donne è raccontato con tale intensità, attraverso dialoghi serrati e primi piani sempre più ravvicinati, che non si avverte la necessità di approfondire il passato. Inoltre, il film critica le istituzioni ecclesiastiche, mostrando attraverso un poliziotto (Alessandro Nivola) la loro visione conservatrice sull’eutanasia. Il dialogo tra i personaggi narra di umanità in una società in cui ogni forma di comunione e connessione con l’altro sembra scomparsa. Questo è evidente nel pensiero dell’uomo, un tempo compagno di entrambe (interpretato da John Turturro), che illustra il declino politico americano tra liberismo e l’ascesa delle destre.
Con questo cambio di lingua e, in particolare, di ambientazione, soprattutto considerando quanto la Spagna sia fondamentale nei suoi racconti, il rischio maggiore era quello di snaturarsi. Tuttavia, in questa occasione, il maestro Pedro Almodóvar dimostra ancora una volta il suo genio cinematografico, presentandoci un film straordinario che esplora temi ricorrenti nella sua filmografia, arricchendoli con la sua personale visione della morte. Il tutto si svolge in una New York che inizialmente appare molto urbana, per poi trasformarsi in un contesto più rurale e magnificamente valorizzato. Il regista, nonostante la distanza dalla sua terra d’origine, riesce a mantenere intatta la sua natura e la sua identità artistica senza inciampare in alcun errore.

Le tematiche si intrecciano attorno al concetto di vita e morte, che il regista spagnolo esplora con maestria. Attraverso le due protagoniste, ci mostra due filosofie contrastanti: Ingrid, che affronta la sua paura della morte scrivendo un libro, e Martha, che dopo le cure per il cancro accoglie la morte con serenità e un pizzico di umorismo. Almodovar alleggerisce in modo brillante una tematica potenzialmente pesante con abilità, inserendo battute nei momenti opportuni. In questo modo, suscita nello spettatore emozioni autentiche, evitando il melodramma e le scene lacrimevoli che altri registi potrebbero privilegiare.
Una citazione da “Gente di Dublino”, romanzo di James Joyce e film di John Huston, introduce e conclude idealmente il film. Tuttavia, Almodóvar distilla tutto all’essenziale per mettere in primo piano le interpreti e le loro emozioni. Tilda Swinton brilla con una performance che alterna dramma e ironia, confermandosi una delle attrici più interessanti di Hollywood. Julianne Moore appare intenzionalmente rigida e distaccata, con una recitazione quasi brechtiana, probabilmente penalizzata dal doppiaggio che non restituisce tutte le sfumature del suo talento interpretativo. Non conoscendo l’inglese, leggere i sottotitoli mi priverebbe dei dettagli espressivi, quindi accetto questo compromesso.

Oltre alle due protagoniste, a metà di “The Room Next Door” si fa strada una terza protagonista: la casa stessa. Immersa nella magnifica campagna nei pressi di Woodstock, la dimora diventa il palcoscenico degli eventi tra le due donne, essenziale per lo sviluppo della storia e specchio dell’anima di chi vi abita. All’interno, gioca un ruolo significativo “La gente al sole” di Hopper, un quadro che accoglie le protagoniste al loro ingresso e accompagna il film nel suo corso.
La colonna sonora di Alberto Iglesias, ricca di tromboni e violini, risulta piacevole all’ascolto, anche se a volte sembra poco in sintonia con le immagini. Un plauso va alla fotografia di Eduard Grau, che, grazie all’elegante regia, utilizza abilmente i colori per esaltare la New York innevata e poi la casa e gli ambienti circostanti, illuminati da un sole intenso, proprio come nel dipinto citato in precedenza.
“La stanza accanto” è un film impeccabile che incarna molto della poetica di Almodovar, arricchita dalla sua riflessione sulla vita e la morte. Un’opera che non passa inosservata, e che ha trionfato all’81ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, conquistando il Leone d’Oro.
Emyliù Spataro

Recensione da THE WOMEN’ SENTINEL http://www.thewomensentinel.eu